La scuola, al tempo del populismo senza popolo, della politica senza polis.

ottobre 23, 2015 § Lascia un commento

 

di andrea bagni

éRoma, 5 maggio 2015. Un mare di insegnanti riempiono strade e piazze della città in una giornata di sciopero mai vista. Un’adesione enorme per una forma di lotta (lo sciopero) che nella scuola è amata pochissimo. Quando aderisci perdi lo stipendio e nessuno di regola se ne accorge. Anzi gli studenti, avvertiti dalle circolari, stanno a casa e chi non sciopera nemmeno lavora. Quindi si tratta di un gesto quasi esclusivamente simbolico. Però i simboli contano e il 5 maggio simbolicamente è un colpo duro per l’immagine del governo Renzi.

Roma 25 giugno 2015. È il giorno della fiducia in senato sul ddl. Altri insegnanti in piazza sotto un sole terribile per manifestare. Tante e tanti, con la solita allegria del ritrovarsi e riconoscersi, ancora non rassegnati. E tuttavia alla fine del pomeriggio la rabbia segna tutti i volti. Così impotente che quasi si scatena sui parlamentari che hanno il coraggio di affacciarsi. In treno sulla via del ritorno, decine di messaggini whatsapp da quelle e quelli rimasti a casa, di una delusione bruciante, di sgomento quasi. Qualcuno proprio di disperazione. Per una grande massa di insegnanti non soliti alle lotte era impensabile che il conflitto così intensamente vissuto, il dissenso tanto chiaramente mostrato da chi nella scuola lavora e la riforma dovrebbe viverla, non avrebbe spostato nulla. Invece “il palazzo” resta spudoratamente al di là di uno steccato invalicabile. Un baratro. La società non la sente nemmeno. Anzi la sente e si alimenta della sua disgregazione rabbiosa. Della sua atomizzazione da salotto televisivo. Il populismo la accarezza, le promette voce e rappresentanza, a condizione che non esista se non come solitudine e delega, affidamento all’uomo solo al comando.

Che cosa aveva spinto questa massa di insegnanti (tutt’altro che ribelli) in una storia così accesa di speranza e di conflitto?

Il primo testo della Buona Scuola era stato effettivamente un evento. Cambiava del tutto il linguaggio. 137 pagine formato pdf, impaginate con una grafica accattivante, colori e figurine sparse dappertutto. Il progetto è quello di una modernizzazione economicistica dell’istruzione ma estremamente seduttiva. Non la solita aziendalizzazione o privatizzazione da sempre denunciate dalla sinistra. Oppure il progetto di una scuola-azienda 2.0: non solo il sapere messo al lavoro nelle forme grigie della prestazione salariata – piuttosto il lavoro, la dimensione economica, come coronamento del sapere, come richiesta di adesione creativa, entusiasmo e competizione, protagonismo vincente. Nel documento si parla di curiosità, creatività giovanile, arte e musica, tempo pieno, laboratori. L’orizzonte richiamato più volte è quello del made in Italy da spingere sul mercato mondiale, ma chiede non solo ubbidienza e diligente esecuzione. Chiede, con un ossimoro tipicamente postfordista, autonomo adeguamento. E promette riconoscimento del merito, successo, dinamismo sociale.

E tuttavia si era decisamente su un altro pianeta rispetto alla scuola reale. Il sogno del dinamismo universale arrivava a immaginare che la classifica di merito negli istituti spingesse i mediamente bravi (proprio così nel testo, senza timore del ridicolo) a trasferirsi dove saranno piazzati meglio nella corsa. Non faranno panchina, saranno titolari invece che giocatori di seconda scelta e potranno vincere nella competizione per il bonus. Così diffondendo la qualità del lavoro in tutte le scuole. La vecchia mano invisibile che colpisce ancora. Chiaro che un ragionamento del genere segnalava bene l’appartenenza dei “riformatori” a un mondo molto lontano dalle e dagli insegnanti, che nel proprio luogo di lavoro costruiscono relazioni e affinità spesso non facili da abbandonare. Importanti per la scuola.

Poi il DDl e infine la Legge 107 sono diventati come linguaggio un’altra cosa. Molto più grigia e burocratica. Ma ancora, a modo suo, decisamente innovativa, perché chi l’ha mai vista una legge senza articoli e con un numero sterminato di commi. Infatti più che una legge è maxi-emendamento – di quelli che si usano quando si vogliono evitare discussioni in parlamento. Quel che conta è il prodotto, la decisione rapida e operativa, “portare a casa il risultato” – non il processo che attraversa i soggetti, li fa crescere nella discussione, fa crescere la discussione e la condivisione dell’esito.

In realtà non è del tutto vero che si è voluto evitare la discussione: si è fatta una consultazione attraverso la piattaforma telematica del ministero. Cioè si è praticata di nuovo la democrazia della solitudine: un monitor, delle domande di un certo tipo, delle risposte di un certo tipo, un clic del mouse e via. Quello che scompare è lo spazio della elaborazione collettiva, nelle scuole e fuori. I corpi e gli spazi intermedi. Restano gli individui, ma come “contatti”, indirizzi IP, numeri: smaterializzati, senza storia e senza relazioni.

Perché la vicenda vissuta dalla scuola in questo anno è, per certi versi, un’efficace metafora della crisi della democrazia in questa fase costituente del neoliberismo.

Da una società spoliticizzata, dominata dalla comunicazione commerciale, all’affidamento a un leader decisionista. Nessun disturbo al manovratore da parte di istituzioni rappresentative, chiamate a ratificare. Tanto meno dalla società. Il governo “ascolta”, ma poi decide a prescindere. Il leader però elargisce bonus, riduce tasse e organizza l’ottimismo. Populismo di governo.

Nella scuola niente contratto di lavoro, però “carta del docente” da spendere per l’aggiornamento, immissioni in ruolo presentate come epocali, potere di chiamata degli insegnanti da parte del dirigente, sua valutazione del lavoro ed elargizione di bonus ai meritevoli, decisione sulla loro permanenza o meno nell’istituto. La libertà d’insegnamento subordinata al gradimento del dirigente. I collegi dei docenti considerati enti inutili più o meno come il parlamento nazionale. Ogni discussione intralcia l’efficacia delle decisioni e infatti nella legge si annidano una quantità industriale di deleghe al governo.

Quella di Renzi è la pedagogia di Marchionne. Mano libera a chi comanda e si assume la responsabilità. Se arrivano i risultati vuol dire che ha avuto ragione. Se no si cambia e si prova con un altro, sempre solo al comando.

Non si tratta di un disegno fuori dal mondo. Anzi, il progetto di Renzi era ed è perfettamente coerente con la cultura diffusa, il sentimento di fondo dell’Italia di oggi. Il populismo autoritario che abbiamo davanti è una risposta all’altezza delle trasformazioni della società neoliberista, che ha invaso gli ordini simbolici, frammentato soggetti e luoghi della polis. Seminato impotenza e lontananza. Così vanno le cose, così devono andare.

Però nella scuola la riforma ha incontrato una reazione molto vasta e tutto sommato sorprendente. Non credo che Renzi se l’aspettasse. Ha pagato un prezzo d’immagine notevole per quelle proteste. Perché erano, in un certo senso, gratuite.

Si è parlato, certo, di corporativismo, difesa di privilegi eccetera, però credo che nell’immaginario collettivo sia passata l’idea che in piazza gli insegnanti difendessero un’idea di scuola, la loro vita quotidiana, non i propri immaginari privilegi. Oppure il privilegio è fare un lavoro a cui si tiene, in cui ci si riconosce. Un lavoro che si ama. Nelle piazze, e in tutte le iniziative che sono state organizzate, la felicità dell’esserci, dell’incontrarsi, del mostrarsi con la propria identità era, mi sembra, molto forte.

Credo che ciò che è stato vissuto come insopportabile nella riforma sia proprio questo cancellare un’identità collettiva. Collettiva e personale. Il non riconoscimento della specificità della vita e del lavoro nella scuola. Il rifiuto di misurarsi con la logica specifica dell’oggetto specifico. Che non è facilmente assimilabile a nessun altro luogo di lavoro, perché nella scuola i lavoratori sono dipendenti ma non subordinati. Perché si lavora sempre in un tessuto fondamentale di relazioni orizzontali. Perché la libertà d’insegnamento è una garanzia costituzionale, non delle e degli insegnanti ma della collettività.

Infatti la parte sentita come più invasiva della riforma è l’introduzione nella scuola di una struttura fortemente gerarchica, con la ridefinizione dei poteri del dirigente. Di nuovo l’ossessione dell’uomo solo al comando. Che sceglie i propri insegnanti, giudica e premia quelli che ritiene migliori. Renzi ha fatto davvero una cosa di sinistra: ha unificato tutto il mondo del lavoro nell’essere “sotto padrone”, come si diceva una volta.

Penso che moltissimo della reazione della scuola alla riforma derivi dalla percezione di come questo banale, e un po’ miserabile, potere di giudizio e premio, renda tutto il lavoro scolastico banalmente giudicabile e premiabile. Miserabile. Di come non riconosca le tante e delicate variabili in gioco nel rapporto con ragazze e ragazzi, che sfuggono per definizione a una valutazione che voglia produrre una graduatoria stipendiale. Conta quanto conosci, ma anche quanto ami, quello che insegni. Conta il rapporto intellettuale e anche “sentimentale” che si stabilisce (o non si stabilisce) con ragazze e ragazzi. Le relazioni di scuola, la dimensione emotiva o affettiva, non sono altra cosa dalla produzione di senso e dalla costruzione di sapere. Se no è un kindergarten, oppure una megamacchina produttrice di voti e nozioncine. E poi conta il contesto sociale, delle famiglie e del territorio, che arriva nelle classi in termini di motivazione, capacità di ascolto, valore dato al sapere, alla scuola, all’insegnante. Insomma ci sono storie diverse e personali all’interno del fare scuola. Storie che evolvono e raccontano vicende di apprendimento che mutano nel tempo. Ci vorrebbe tempo per valutarle e sarebbe una valutazione narrativa, non una misurazione classificatoria.

Quando sono così numerosi gli elementi che incidono su un contesto, le misurazione degli interventi e del loro successo sono condannate ad essere inaffidabili. Più o meno scrive qualcosa del genere Picketty nel suo librone sul capitalismo a proposito delle retribuzione dei manager: i risultati delle loro prestazioni sono tanto soggetti a variazioni esterne e interne al loro lavoro che è impossibile dimostrare quale valore abbiamo aggiunto all’azienda. Lo aveva già scritto Luciano Bianciardi ne La vita agra: la meritocrazia giustifica se stessa con se stessa.

E nella scuola, su dati incerti e poco affidabili, si vorrebbe edificare una differenziazione che avrebbe un valore simbolico potentissimo. In classe entrerebbero professori di serie a e di serie b, le diverse scuole sarebbero di serie a e b, la collaborazione fra i docenti sarebbe uccisa dalla competizione, segnata dalla maggiore o minore vicinanza alla pedagogia del dirigente – sempre che di pedagogia si tratti.

Peraltro, l’altra faccia del potere di giudizio del dirigente, resta il sogno neoliberista di colonizzazione del sapere in una sorta di tecnicizzazione universale del lavoro e delle relazioni. Ridotte a procedure buropedagogiche dentro le quali l’insegnante si colloca per trasmettere e misurare. Riempire teste e poi verificare quanto vi rimane dopo un po’ di tempo. Più ritorna tutto uguale meglio è. Come fossero vuote. Come dovesse avvenire una restituzione meccanica e non un processo chimico di trasformazione personale delle conoscenze. Allora tutto ciò che non è rilevabile oggettivamente diventa irrilevante oggettivamente. Ridotto a “poesia”. Il sogno forse è proprio quello di espellere le variabili, gli imprevisti, la soggettività dal lavoro – consegnandola tutta al potere di chi comanda. Il sogno è quello di un/a insegnante sempre esterno al processo d’apprendimento. Che progetta, programma e controlla input e output, ogni tanto torna indietro a recuperare. Ma sempre su una linea, mai in una dimensione circolare e aperta, di cui fa parte. Mai disponibile alle domande e ai percorsi inattesi, alle deviazioni della storia. Allora tutto sarebbe effettivamente misurabile, depurato dalla dimensione soggettiva e relazionale.

E però non c’entrerebbe nulla con la scuola reale, di tutti i giorni. Quella che ogni tanto ci fa tornare a casa felici, malgrado tutto. E ci fa resistere ancora, se esiste come altro dal sogno renziano.

A me pare che la difesa e il riconoscimento di questa dimensione sia ciò che ha acceso le scuole nella primavera del 2015. Una sorta di autodifesa della bio-scuola, del proprio spazio di lavoro e di vita. L’orgoglio e amore per il lavoro con bambine e bambini, ragazze e ragazzi.

Credo sia ancora qui, in questa protezione dello spazio del sapere e della relazione educativa, in fondo della polis – del pezzetto di polis che si costruisce nella scuola – l’elemento politico fondamentale per resistere. E per fare conflitto.

E allora che fare adesso?

Nella prossima primavera è possibile, si è detto, lanciare una campagna referendaria che coinvolga tutti i soggetti che si sono mossi in questo anno per contrastare la riforma Renzi – a partire dal grande lavoro fatto dai comitati per la legge di iniziativa popolare che si sono già ritrovati a Bologna il 5 e 6 settembre.

E però il punto è arrivare al referendum, nel 2017, vivi. Con le scuole e il dibattito intorno alla scuola non pacificato. Con i collegi dei docenti e i comitati di valutazione – quelli che dovranno dettare i criteri per l’attribuzione del bonus da parte del dirigente – non normalizzati. Peraltro è bene essere consapevoli che i referendum, nell’epoca del populismo senza popolo e della democrazia senza soggetti politici, sono strumenti difficili da maneggiare. Pensate a quello che si svolgerà riguardo l’abolizione del senato, tutto giocato sull’eliminazione dei “politici” e sul risparmio dei costi della politica.

E non si tratta neppure di spostare tutta la questione della meritocrazia, visto che attiene al “salario accessorio”, nelle mani della contrattazione sindacale delle rsu di scuola. Non si tratta di materia sindacale. Considerarla tale vorrebbe dire accettare un rapporto di lavoro privatistico, cioè paradossalmente riconoscere al dirigente un potere discrezionale, da contrastare con un contro-potere sindacale. Quel potere invece non va riconosciuto. Non solo perché continuano a esistere gli organi collegiali della scuola (per i quali, però, non basta la semplice difesa: sono una delle figure della crisi della democrazia più che la soluzione). Ma perché la libertà d’insegnamento e la dimensione collettiva, orizzontale, comunitaria del fare scuola, sono il segno della sua appartenenza alla Costituzione della repubblica. Non sono beni disponibili per una ristrutturazione autoritaria in nome dell’efficienza.

La questione fondamentale è far vivere il conflitto nelle scuole in forme che siano capaci di durare nel tempo. E per durare non basta la rabbia, che a volte si riduce a mugugno e depressione. Occorre preservare e ricostruire energie. Trovare luoghi e questioni dove si possa in qualche misura vincere, salvare quella dimensione pubblica della scuola che è attaccata da questa aziendalizzazione neo-feudale, fondata sull’attribuzione di un beneficium e sul vincolo di fedeltà personale al capo. Dimensione pubblica che non significa semplicemente statale. Conta la qualità interna del fare scuola, oltre la natura giuridica dell’ente gestore. Il suo essere luogo pluralista e libero di ricerca del sapere, d’incontro della società con se stessa, oltre le appartenenze, le confessioni, le burocrazie, i dirigenti. L’incrociarsi di storie, culture e punti di vista sul mondo che costruiscono un alfabeto comune, un mondo comune a partire dalle differenze. Uno spazio laico di ricerca e invenzione di sé.

E allora la battaglia in autunno potrebbe intanto riguardare i collegi dei docenti e i consigli di istituto che devono eleggere docenti, studenti e genitori nel comitato di valutazione. Il collegio potrebbe legare l’elezione a una definizione di principi che rifiutino espressamente di giudicare la qualità del lavoro del singolo insegnante, sulla base di non si sa cosa: del giudizio di un dirigente laureato in geografia sull’insegnante di tedesco o matematica; sul sentito dire dei genitori o degli studenti, sulle pubblicazioni scientifiche di qualcuna/o che magari in classe fa disastri. Sarebbe invece importante rovesciare il criterio qualitativo, per definizione arbitrario così come viene proposto, per attribuire il bonus a prestazione semplicemente aggiuntive alla normale attività di scuola. A chi coordina classi o laboratori, si occupa di progetti, commissioni e attività extracurricolari. Intendiamoci, sono tutte differenziazioni stipendiali discutibili e tristi, arrivate nelle scuole insieme con l’autonomia, la miseria degli stipendi e il blocco dei contratti. L’ideale sarebbe essere pagati abbastanza per poter lavorare gratis. Per poter svolgere certe attività per l’istituto senza dover calcolare al minuto il tempo speso, senza doversi inventare un monte ore da retribuire.

Però quelle differenziazioni esistono già nella scuola e non c’entrano nulla con la meritocrazia. Sono compensi aggiuntivi per prestazioni aggiuntive. Il criterio è quantitativo e oggettivo, non qualitativo e arbitrario.

Ma sarebbe soprattutto fondamentale non delegare più la dimensione collettiva del lavoro, la riflessione sul nostro fare scuola, al verbale da riempire nella riunione oppure al dirigente che faccia lui e ci liberi dal peso. Quella qualità pubblica e laica del fare scuola non dovrebbe restare confinata nelle aule o nei corridoi, o nelle parole che si scambiano al bar durante gli intervalli. Quella dimensione politica informale e orizzonte dovrebbe acquisire sempre più voce pubblica. Non solo sottrarsi e aggirare gli ostacoli per sopravvivere. Dovrebbe vivere.

Nei collegi – che rischiano di essere “a regime” dominati dal dirigente che ha scelto tutti i docenti e li può mandare via se vuole – dovremmo far crescere una autorità collettiva alternativa. Che ha bisogno anche di luoghi di incontro, di elaborazione e organizzazione, per costruire egemonia.

Penso sarebbe possibile incontrare anche il mondo degli studenti in una riflessione del genere.

Nella Legge 107, è stato giustamente scritto, non c’è una parola sul diritto allo studio, niente che mostri consapevolezza di come oggi il costo della scuola e dell’università sia qualcosa che esclude e marginalizza chi non ha i mezzi. Le questioni della precarietà e del reddito non esistono. Gli stage scuola-lavoro non s’interrogano sul sapere che ha senso oggi, nella società delle biografie esplose e della fine del posto fisso. Sembrano addestramento al lavoro gratuito.

E tuttavia il diritto allo studio potrebbe anche essere diritto a una scuola che accolga ragazze e ragazzi interi, con tutta la loro storia e soggettività. Non ritagliandosi uno studente a sua immagine e somiglianza. Non accontentandosi delle loro controfigure scolastiche, ubbidienti e spente. Una scuola che sia aperta ai dubbi, alle domande e ai desideri. Che non tagli fuori dal sapere la loro emotività, le loro passioni, la loro creatività. Diritto allo studio è diritto a studiare in un luogo decente di vita e di apprendimento.

Non si tratta solo quindi di difendere l’esistente, ma anche di aprire spazi e tempi per una scuola che si modelli sulla costruzione del sapere nelle relazioni viventi che l’attraversano.

Questo spazio della scuola è uno spazio politico. Un luogo in cui possiamo partire da noi stessi, dalla nostra vita, e trovare tutte e tutti, giovani e adulti, l’energia che viene dal senso del nostro lavoro, della nostra partecipazione alla polis. Qualcosa che può dare forza e capacità di durata alla lotta. Perfino, ogni tanto, un po’ di felicità.

Allora le barricate che saremo in grado di costruire contro questa riforma, saranno anche la manifestazione di un territorio alle loro spalle che abbiamo liberato. Che è uno spazio di liberazione di sé per ragazze e ragazzi, per la loro identità, per il materiale e l’immaginario. Il modo personale di essere uomini e donne, un’appartenenza di genere che sappia mettere in discussioni stereotipi e genealogie. La prigione, spesso per i ragazzi, del potere maschile. Un’occasione anche per noi adulti.

Un luogo in cui vivono altre relazioni e una ricerca di sapere che è già qualcosa di sovversivo rispetto al messaggio che arriva dal neoliberismo renziano.

Qualcosa di altro e felice. Magari alla lunga travolgente.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Che cos'è?

Stai leggendo La scuola, al tempo del populismo senza popolo, della politica senza polis. su Note in condotta.

Meta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: