Il nuovo euro-centrismo, tutto il pomeriggio che piango.

giugno 28, 2015 § 1 Commento

 

di andrea bagni

 

éUna mia studentessa nella prova di italiano ha scritto, a proposito dell’affannosa corsa a possedere l’ultimo cellulare per essere all’altezza degli altri eccetera, che siamo ormai tutti vittime dell’apparire e dell’eurocentrismo. Ho pensato che era un’idea interessante e quando le ho domandato di approfondire mi ha risposto che le sembrava chiaro, tutti pensiamo al successo, al denaro e agli euro. Il denaro come eurocentrismo. Il destino dell’Europa. La Grecia ne sa qualcosa e fa male al cuore vedere a che si è ridotta la grande cultura europea. A volgare ignorante arroganza del potere.

Non ci sono dubbi che la situazione attuale sia disastrosa. Anche come post-democrazia. Il neoliberismo produce i suoi figli, populismi e razzismi vari che esprimono, spavaldi, la rabbia e la rappresentanza aggressiva della rabbia. La delega è totale, la rabbia pure.

Salvini dà voce a un sentimento che attraversa ormai tutta l’Europa, in crisi di sé. Prima noi stessi. Non possiamo farci carico della sofferenza del mondo. Gli immigrati vengono ad approfittare della nostra debolezza. Sono ladri di case, lavoro, risorse. Dello stato sociale, che non è per tutti. È nostro, nazionale. I greci vorrebbero non morire, troppo comodo.

I populismi vincono, dall’alto e dal basso, perché si è come spoliticizzata la polis. Un deserto di relazioni orizzontali, di fiducia nell’agire collettivo, nella liberazione attraverso la pratica del conflitto. E dunque il pensiero e le proposte tradizionali della sinistra risultano tragicamente spiazzate. Fuori squadra. Per quanto si cerchi di aggiornare lessico e discorso, è come se appartenessero a una grammatica fuori tempo.

Nella società associazionismo e conflitti permangono, anche se forse un po’ sotto traccia rispetto al dramma della crisi. L’ipotesi di coalizione sociale è dunque interessante. Però spesso quelli che sono vivi nei territori sono conflitti locali molto trasversali dal punto di vista politico e giustamente diffidenti verso qualunque forma di rappresentanza: si occupano di altro e sono poco disponibili anche a sintesi complessive. Figuriamoci ai partiti.

La somma dei micro conflitti sociali non produce un conflitto politico all’altezza. Funziona allora il messaggio elettorale dei 5 Stelle: dare un segno di opposizione, uno scossone attraverso il voto. O il non voto. Se nessuno mi rappresenta, vaffanculo la rappresentanza.

Giovedì pomeriggio, a Roma intorno al senato, i docenti sono passati dal bizzarro entusiasmo che nasce dal ritrovarsi in tanti sotto il sole – dal riconoscersi, sentire di esistere, non sono solo io che vivo le cose così – alla disperazione rabbiosa quando è arrivata la notizia del voto di fiducia. In treno, al ritorno, un mare di messaggini whatsapp da quelli rimasti a casa. Una giovane collega che scrive al gruppo, Non è possibile… è tutto il pomeriggio che piango. Tu pensi, non sono abituati come noi alle sconfitte. Non pensavano di poter essere, dopo tante energie spese, così serenamente ignorati.

Credo che anche nel mondo della scuola abbia funzionato il richiamo alla protesta attraverso un disgustato astensionismo. Di sicuro non ha funzionato il voto verso ciò che è germogliato dall’Altra Europa. La sottolineatura dell’antico mito dell’unità della sinistra secondo me non funziona più. Mettere insieme tante tradizioni spente non accende passioni. Il punto sarebbe uscire dalla tradizione. Essere all’altezza delle trasformazioni, che sono sociali ma anche culturali e politiche, perfino antropologiche. Come fare?

Il M5S non è tutto Grillo&Casaleggio, topi spazzatura e clandestini. Una cosa sono i proprietari del marchio, una cosa i parlamentari, un’altra gli elettori. E però, anche per loro, zero corpi intermedi. Diffusione della tele-decisione, non dell’elaborazione, non nei conflitti sociali. Il progetto di essere lo specchio del popolo – anzi, di Essere il Popolo – porta alle posizioni xenofobe che vediamo. Quelle pulsioni esistono diffuse, dunque noi le accogliamo diffusamente. Mica dobbiamo educare le masse. Noi siamo le masse, modello Spirito Assoluto hegeliano.

E però una soggettività politica che fa riferimento alla sinistra – senza bisogno di dichiarazioni o etichette – non può inseguire modelli populisti. È condannata a essere altro.

Nemmeno può semplicemente ripartire dai bisogni materiali negati, tipo scrivere volantini fitti di denunce e programmi, senza parole difficili, per dire che daremo casa lavoro e reddito a chi ne ha bisogno. Occorre esistere come luogo comune, dotato di senso per donne e uomini, ragazze e ragazzi. Essere credibili e utili. Rivolgersi a persone che esistono non solo come acquirenti di prodotti elettorali che devono soddisfare la domanda. Tutti noi siamo fatti di bisogni e rappresentazioni. Quello che siamo è come ci raccontiamo il nostro essere. Codici culturali, sogni e desideri, appartenenze. C’è un lavoro simbolico da fare, per ogni percorso di liberazione.

La domanda chiave è se, nella spoliticizzazione della società, c’è ancora spazio, cioè se c’è un desiderio, per una proposta politica di democrazia ma non di affidamento a eletti uomini della provvidenza, di partecipazione e non di urlo.

È probabile che per un bel po’ di tempo una proposta di democrazia radicale, alternativa all’eurocentrismo, sia condannata ad essere di minoranza. Una strana élite, sostanzialmente intellettuale, tesa a negare se stessa. Però essere minoranza non significa essere minoritari. Il desiderio di politica e di democrazia è oggi vittima di un disincanto potentissimo. E non credo funzionerebbero scorciatoie solo elettorali, cartelli degli sconfitti o degli esclusi delle stanze dei bottoni. Peraltro con l’Italicum una proposta alternativa rischia fortemente di restare stritolata da una sorta di doppio voto utile: per salvarsi da Renzi con Grillo e per salvarsi da Salvini con Renzi.

L’unità della sinistra è una precondizione per non restare nella frammentazione triste di sigle disperate, ma non nel senso che prima si fa quella poi l’innovazione. L’abbiamo visto un po’ anche nella campagna per le regionali. Se ognuno ha i suoi nel collettivo il collettivo non esiste. E non esisterà nemmeno dopo. Tenersi piani B di ritorno a se stessi in riproduzione allargata non porterebbe a nulla. Sbagliato anche immaginare che i movimenti di ex parlamentari Pd spostino chissà quanti voti. Sono vissuti come ceto politico, appassionante come Renzi da Bruno Vespa.

Ci vuole un investimento vero, anche sentimentale, di rivoluzionaria fiducia.

Non c’è unità possibile senza una radicale innovazione della soggettività politica. Nella quale (parafrasando Emily Dickinson) abitare la possibilità, una casa con tante finestre e porte e stanze come cedri. Per soprattutto guardare fuori: alle e agli assenti, ai perdenti e ai perduti, ai disincantati. Alle ragazze e ai ragazzi.

La spoliticizzazione della polis forse si può combattere ricostruendo relazioni, cultura civile, nei conflitti e oltre i conflitti. Costruendo altro, relazioni gentili e dimensioni politiche. Utili e felici. Utili perché felici.

andrea bagni

Annunci

§ Una risposta a Il nuovo euro-centrismo, tutto il pomeriggio che piango.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Che cos'è?

Stai leggendo Il nuovo euro-centrismo, tutto il pomeriggio che piango. su Note in condotta.

Meta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: