Theo ad Atene

febbraio 2, 2015 § 1 Commento

andrea bagni

 

éGià prima di domenica, sotto il tendone di Tsipras in piazza Omonia, si respirava un grande entusiasmo. Era l’occasione. Tutti gli occhi della vecchia Europa sull’antica Grecia. La sorpresa per me sono le ragazze e i ragazzi.

Com’è che qui è pieno di giovani mentre i miei studenti sembrano lontanissimi dal mondo della politica e delle elezioni?

Da piazza Sintagma un po’ si capisce come funziona. Quanto è lontana l’Italia.

Intanto non si parla di superare sbarramenti di qualche numerino percento. Si corre per vincere e dunque cambiare davvero, o almeno provarci. Non c’è solo l’orizzonte della testimonianza. Poi Syriza non parla esclusivamente di elezioni e alleanze e programmi: li pratica, li vive nei quartieri, con gli immigrati, con le mense popolari, con i malati, con i senza casa. Il fare politica si intreccia con il fare società. A chi è giovane penso arrivi il messaggio che quello che si fa ha subito senso, è utile, serve a qualcuno, crea relazioni umane.

Peraltro il linguaggio di questa sinistra, e ancora di più quello di Podemos, mi pare abbastanza libero dalle incrostazioni che affliggono la sinistra radicale italiana. Fragile e frammentata, ma dalle convinzioni assolute. Chiusa in se stessa anche quando parla di inclusione e apertura – che immagina sempre come una riproduzione allargata di sé, della propria grammatica di certezze e coerenza, incapace di mediazioni. Con l’idea spesso che tutte e tutti siano interessati solo a luoghi di democrazia come somma di decisori individuali, una testa un voto, potere personale da esercitare: e nessun desiderio di appartenere a un luogo collettivo, a una comunità fatta anche di fiducia reciproca, di autorità condivisa. Invece secondo me, per ragazze e ragazzi, una delle sofferenze maggiori è la solitudine, l’assenza di un futuro da guardare collettivamente, insieme. Il desiderio è di un luogo di relazioni che abbiano a che fare con la propria vita, la possibilità di attraversarla creativamente, non per difendersi o adeguarsi all’esistente.

Ho spesso in mente quando entro in classe Theo di Ian McEwan. E anche mia figlia, che quando le ho detto che andavo ad Atene per le elezioni ha fatto un bel sorriso. Bello e strano.

In Sabato Theo dice al padre che non si impegna nelle grandi questioni della politica, perché quando guarda a questo livello delle vicende del mondo vede un mare di schifo e si sente del tutto impotente. Quando invece pensa alla sua ragazza, alla sua musica, agli amici, tutto diventa sensato e alla sua portata. A misura della sua vita. La conclusione è, d’ora in avanti solo pensieri su scala ridotta.

Mia figlia è stata molto affettuosa. Mi ha detto che facevo benissimo ed era felice che andassi. E però la mia impressione è che fosse contenta di avere uno in famiglia così bizzarro da credere ancora in queste cose, da avere di queste passioni. Anche per lei, mi sembra, come per i miei studenti, la scala dei pensieri si è molto accorciata. L’università, gli esami, l’amore le amicizie. Che a pensarci bene è tutta roba decisamente politica…

In Italia, nell’Altra Europa, la discussione a me pare spesso fuori squadra. Partire dal basso dei comitati locali, dalle elezioni amministrative, quelli che siamo siamo, chi tentenna non ci faccia perdere tempo, anzi se va per conto suo avremo più chiarezza. Oppure lavorare a livello nazionale ed europeo con tutti i soggetti organizzati, i partiti etc, per produrre una proposta unitaria: se si presenta la sinistra finalmente unita prenderà i voti per forza. Non è così. Soprattutto se si pensa di doversi misurare con tutte le scadenze elettorali per denunciare i traditori e dimostrare di esistere. Peraltro l’esperienza elettorale dell’Altra Europa con Tsipras era partita da una svolta, per quanto modesta: i partiti ci sono, ma con un passo indietro degli apparati e un passo avanti di movimenti, associazionismo, intellettuali. Dopo il 25 maggio non si è avuto cura di quelle relazioni delicate ed è venuto fuori un gran casino. Ma ripartire dall’Altra Europa significa ricominciare da quel coinvolgimento e da quel passo indietro (da prolungare parecchio), oppure è il vecchio recinto della solita sinistra. Significa cercare di essere all’altezza dell’innovazione che la soggettivazione politica oggi, nel disastro antropologico e culturale del neoliberismo, richiede.

Mentre a Human Factor si incontravano ceti politici in agitazione, fortunatamente, come personaggi in cerca d’autore (ma con molti aspiranti impresari, protagonisti, registi), in piazza Omonia un militante italiano con la sua bandiera rigorosamente di partito copriva letteralmente tutta la piazza all’operatore che riprendeva l’inviata de La7. Alla richiesta di liberare lo spazio dell’inquadratura rispondeva, Guarda che qui le bandiere del tuo padrone, il pd, non ci sono. Breve pausa poi l’operatore ha detto, Io sono greco, sono un uomo libero, non ho padroni.

A me pare che sia le segreterie di partito che la base militante tendano ad essere oggi straordinariamente chiuse, incapaci di guardare al cuore balbettante della società, cioè agli assenti delle assemblee e delle elezioni, al mondo fuori sempre più lontano che chiede non un prodotto da votare, ma conflitti da praticare, solidarietà e mutualismo, uno spazio da vivere di relazioni gentili, un linguaggio da abitare con le proprie parole – anche quelle che parlano di amicizia, musica, amore, immaginazione.

Il punto non sono gli accordi fra piccoli partiti per sterminati programmi e micro ambizioni. Né la somma di comitati chiusi nella loro intransigente coerenza.

Si tratta di dare voce a chi soffre la crisi e questa post-democrazia in comodato d’uso per uomini-soli-al-comando. Creare uno spazio pubblico che sia un luogo di relazioni decenti, capaci anche di fiducia reciproca, perché i sospetti saranno spesso giustificati ma fanno sempre parecchio male alle relazioni. Un luogo in cui cercare anche un altro modo di essere uomini – un po’ meno narcisistici, proprietari di corpi o sigle, protagonisti assoluti di tutti i microfoni e le scene.

Se si continua a ragionare in termini di presidenze da conquistare e assemblee da vincere, alla fine i vincitori si troveranno soli, a piantare la loro bandiera rossa in un deserto nero. Potranno anche raccontarsi che da lì si parte per crescere, ma non cresceranno mai.

Ken Loach ha detto in un’intervista che la sinistra deve occuparsi di cambiare le condizioni materiali di esistenza, ma per liberare la possibilità di immaginare per ognuno di noi, per ragazze e ragazzi, la propria vita, raccontare la propria storia.

Dalla Grecia è vero che la speranza sta arrivando.

Incontra il desiderio di comunità politica che secondo me esiste fra i miei studenti. Fra le figlie e i figli. È la capacità di fare spazio alle parole della vita quotidiana, alle sofferenze e alle paure. Ma anche al piacere degli incontri, alla pazienza del confronto. È scommettere perfino un po’ sulla gioia.

Sulla felicità, che è forza rivoluzionaria.

Annunci

§ Una risposta a Theo ad Atene

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Che cos'è?

Stai leggendo Theo ad Atene su Note in condotta.

Meta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: