rete!

dicembre 27, 2014 § 1 Commento

 

di andrea bagni

éDi solito, il mio compito specifico, quando si parla di insegnamento, sapere, nuove tecnologie della comunicazione e rete,  è abbassare il livello del ragionamento – portarlo all’altezza della vita quotidiana, magari un po’ riflettuta.

C’è un primo livello del “compito” che non è difficile: è quello della descrizione della fase, come si diceva una volta. Com’è cambiato il mondo in cui oggi si insegna – si cerca di insegnare. In quale contesto ci collochiamo quando entriamo in classe. Perché quello spazio oggi è chiaramente mutato. Clamorosamente mutato.

I cellulari “proibiti” sono silenziosamente operosi dappertutto o quasi. Gli smart-phone si usano anche per cercare informazioni o leggere testi – hanno fatto fuori le fotocopie. E poi LIM, tablet al posto del registro etc.

E non scompare solo una buona parte del materiale cartaceo, è chiaro che cambia anche la testa che sulla “pulizia” della carta era un po’ strutturata. La memoria ha adesso una protesi facile, a portata di mano, ed è wikipedia o affini. I dati stanno agevolmente su una “nuvola”, cloud, facilmente raggiungibili. Non te li devi portare più dietro. Neanche dentro.

1. Cambia dunque la testa delle ragazze e dei ragazzi – sempre immersa simultaneamente in più cose: watsapp della classe continuo, Facebook di sfondo, cuffie… Una continua immersione in una rete di messaggi e contatti. Echi continui di tutto quello che avviene, commenti in diretta – anche per gli adulti che partecipano a una assemblea, peraltro. Quasi un cervello collettivo probabilmente anti-solitudine; bisogno di comunità, di contatto. E la perdita del vuoto e della solitudine forse segna anche le categorie della libertà e dello studio…

Peraltro, a lato della scuola, cambia anche la comunicazioneintimagiovanile – per certi versi si confonde con quella non-intima. Il pubblico e il privato su facebook tendono a intrecciarsi e confondersi, per noi adulti in modo un po’ preoccupante. C’è a disposizione la parte di messaggistica privata, ma molte/i scrivono tutto sulla bacheca accessibile a un mare di persone, anche cose che sarebbero invece da riservare a una dimensione personale-privata. Finisce che mentre la scena pubblica e politica si privatizza, in forma di interesse privato e di spettacolare estremo narcisismo, quella personale perde la dimensione del pudore e si mostra come esibizionismo – il che poi autorizza tutti, nel senso comune, a farla circolare senza confini.

E tuttavia accade anche che la dimensione virtuale, la perdita della fisicità e della corporeità, liberi certi messaggi intimi, in particolare maschili, che non ce la farebbero a reggere il contatto diretto degli sguardi e del corpo. Capita che ragazzi scrivano più liberamente davanti alla tastiera e al monitor. Si sentono forse protetti dalla imbarazzante fisicità della vicinanza, che non offre alcuno schermo dietro il quale nascondersi un po’. Non bisogna pensare che il “virtuale”, il gioco asettico del mouse e della tastiera davvero cancelli le parole e la comunicazione profonda. A volte può passare un discorso che finisce per apparire quasi distillato da quei monitor…

In classe e fuori è certo diventato uno strumento più lontano il libro, quasi esotico, come si è detto e scritto un miliardo di volte. La sua linearità e sequenzialità, la lentezza, la richiesta di concentrazione e pazienza, cura della lettura. Perfino, come scriveva Gramsci, il bisogno di posture disciplinate del corpo (vedi l’ironia cattiva de Gli sdraiati, di Michele Serra…).

E forse più in crisi del libro è il quaderno – perché sul tablet o sullo smart-phone si può ancora leggere, per quanto in modo diverso, ma è quasi impossibile scrivere, prendere appunti, annotare roba a margine. E il quaderno a righe o a quadretti era lo strumento, in Comici spaventati guerrieri, per risolvere l’annosa questione del sapere umanistico da quello scientifico: a partire dalle pratiche, le applicazioni, le operazioni possibili e la loro specifica spazialità.

Come inserirsi dunque come scuola in questo mondo di paradigmi iperlinguistici che hanno vissuto risemantizzazioni, slittamenti e ristrutturazioni – se non destrutturazioni?

Per certi versi mi convince la posizione, diciamo “protettiva”, di Franco Lorenzoni. Creare una zona di educazione altra rispetto al mondo dei monitor e delle tastiere. Ritagliare uno spazio per l’esperienza delle mani e delle teste, libero dalle telecomunicazioni, dalle immagini virtuali, dalle simulazioni al monitor. Far vivere l’esperienza “sorprendente” ed esotica del libro. Del tempo suo lento. Della pausa. Forse anche della solitudine e della noia, esperienza per molti versi oggi rivoluzionaria. Difendere dei vuoti, lo spazio di una possibile domanda, cioè di una ricerca, di una dimensione profonda. Aprire spazi e tempi e lasciarli anche vuoti: pieni possibili. Aperti. Fare scuola potrebbe essere un mix strano. Stare nel casino generale, ma introducendovi elementi specifici dello spazio scuola. Una esperienza diversa del tempo e dello spazio. E allora la struttura da megamacchina buropedagogica della scuola andrebbe – ogni tanto almeno – fatta saltare. Nel senso che si dovrebbe un po’ giocare sul confine, con la frontiera delle discipline, e dell’indisciplinato, del creativo.

2. Ma forse la questione più interessante è il mutamento che a scuola avviene dello spazio scolastico. A me sembra anche una occasione notevole. Il cambiamento dell’ambiente. La sua apertura ai flussi di comunicazione. La dialettica fra disciplina dei corpi, riduttiva e prescrittiva della tradizione, e sua apertura all’altrove. Perché per forza di cose il nuovo arredamento della classe la apre. Bene o male viviamo in aule sempre più attrezzate – non fosse per la dotazione con cui tutti, individualmente, entriamo in un’aula. Per i fili comunicativi che ci attraversano. Le aule diventano sempre più laboratori attrezzati – magari chiusi a chiave nei computer e nelle LIM, ma come sempre a scuola aggirabili.

Certo, secondo me, sarebbe importante non ricadere nella richiesta di nuovi ricettari – pericolo sempre in agguato: perché la routine è faticosa ma è anche sempre molto protettiva. Si tratta secondo me di stare in questi laboratori di possibilità – come in una stanza dei giochi. Intelligenti. Accogliendo anche la possibilità, quasi l’invito a una certa dose di improvvisazione – creatività pure giovanile. E le possibilità con una LIM o con un computer dotato di proiettore sono tante:

Dal discorso di Calamandrei sulla Costituzione ai giovani di Milano del ’56 – che una ragazza trova immediatamente sul suo portatile; all’inizio del Delitto Matteotti di Florestano Vancini che trovi su youtube, mentre intanto si fa l’appello con il tablet, che porta via una mare di tempo… Puoi trovare sequenze di Uno specialista, su Eichmann o l’incipit di Salvate il soldato Ryan. E tutto senza perdere troppo tempo. Puoi leggere Leopardi e andare a trovare una poesia che ti è venuta in mente di Emily Dickinson, che un po’ lo richiama – conosce la vittoria solo il soldato che giace sconfitto, il valore dell’acqua solo chi ha conosciuto la sete. E puoi anche scrivere accanto, evidenziare, sottolineare. In fondo somiglia proprio a un bel gioco.

L’ambiente classe è come un catalogo, un archivio, un arsenale, un repertorio di possibilità. Non un programma, né una serie di moduli. Una possibilità di caos fertile, che certo chiede di essere attraversato con idee ordinanti, la capacità di produrre astrazioni e sistemazioni – per quanto provvisorie.

Forse la copia concettuale significativa è sempre quella di Bateson della mappa e del territorio. Dell’immaginazione e del rigore. Solo che l’immaginazione ha nuovi notevoli strumenti, una stanza dei balocchi che può aprire altre immaginazioni – ovviamente a condizione che siano balocchi che accendono immaginazioni, cioè domande aperte, non riempiano i vuoti con una bulimia di offerte per gli occhi che colonizzano l’immaginario.

3. E tuttavia, quale rigore, quali sistemazioni del sapere si possono cercare oggi?

Penso che la scuola dovrebbe essere almeno in parte un luogo altro dal resto del mondo. Però soprattutto un luogo che fa altro con il mondo, nel mondo. Un po’ del tutto fuori, un po’ completamente dentro. Forse soprattutto sopra – come i delfini, come delle intermittenze della mente.

È vero ormai che l’apprendimento delle ragazze e dei ragazzi passa moltissimo da agenzie e reti che sono esterne alla scuola. Le informazioni arrivano dappertutto. E tuttavia, proprio per questo, c’è un bisogno fortissimo di insegnare a scegliere, a trascegliere. Per internet occorrono istruzioni per l’uso, critico. Il rischio altrimenti è considerare le risorse del web una specie di super-manuale – nel senso più banale del concetto di manuale per studenti: la verità assoluta, in quanto scritta. L’ho trovato sui internet, senza ulteriori spiegazioni, è una delle frasi che accompagnano le cose più strane prodotte o recitate degli studenti. Non si guarda neppure se c’è una firma, qualcuno/a che si assume la responsabilità di quello che sostiene. Si possono portare tesine sul carcere ricavate con copia-incolla da un sito antagonista per cui tutto è lotta rivoluzionaria contro il capitale, senza accorgersi della tesi un po’ forte.

Essere un po’ sopra il mondo delle informazioni di questa enciclopedia universale esplosa significa praticare la ricerca comunque di una grammatica, di una chiave di lettura. Una metaconoscenza, un ordine “che non c’è” e che tuttavia orienti – anche se è sempre ovviamente provvisorio e sempre i un certo senso destinato a fallire.

Si tratta, di fronte a ragazze e ragazzi, di tentare di attraversare questa frammentazioni in cui siamo tutti immersi, senza esserne troppo frammentati. Lavorare comunque a una grammatica che sia anche la capacità di gestire astrazioni capaci di archiviare e ordinare. Costituire un filo che lega e dà senso.

4. E’ una ricerca, o una battaglia, possibile? Secondo me la domanda va tradotta in un’altra. C’è un desiderio possibile che possiamo incontrare nel mondo delle ragazze e dei ragazzi?

Qualcosa che sia l’altra faccia della studentessa che mi disse, Prof lasci stare quello che pensiamo o sentiamo, ci dica quello che dobbiamo sapere per l’esame, per uscire da qui – la nostra anima la lasci stare, quella ce la teniamo per noi, per quando siamo altrove. Ecco c’è un desiderio opposto di esserci, anche nella scuola, nel rapporto con gli adulti? Se non esiste una possibilità del genere, di incontrare un desiderio di senso del sapere, allora il rischio è che tutto resti una nostalgia del mondo adulto. Una nostalgia intrisa di depressione. E di rabbia, che ne è l’altra faccia, complementare. I collegi dei docenti sono ormai spesso uno specchio terribile di sentimenti tristi. Altro che disagio giovanile, in un collegio si misura il disagio di una classe docente spesso arrabbiata ma anche depressa e annoiata – che deprime e annoia.

A me pare, malgrado tutti i disastri, che un ottimismo sia possibile. Peraltro se uno insegna, un certo ottimismo dovrebbe essere un prerequisito obbligatorio.

Forse il riferimento potrebbe essere la riflessione di Massimo Recalcati sull’erotismo del sapere, il suo avere a che fare con la vita personale, o sul padre-insegnante testimone di una ricerca. Non necessariamente vincente, e però onesta. Che si assume la responsabilità.

Però a me sembra che ragazze e ragazzi una domanda di senso ce l’abbiano dentro, malgrado tutto. Anche malgrado noi. Tutta la loro vita rischia di essere frammentata in un puzzle impossibile, fluido come la famosa società liquida. Il rischio che vivono è accettare una sorta di richiesta di affidamento che arriva dal potere, oppure continuare a galleggiare sulla società senza aderire più a nulla. Però un desiderio di non perdersi c’è. Il bisogno di una dimensione comunitaria – rischiosa, magari, perché tendente all’appartenenza assoluta, fondamentalista; ma anche politica, aperta alla ricerca laica di senso collettivo. Da una parte una solitudine densamente popolata, dall’altra il caos, giungla competitiva di passioni tristi (sulle quali spesso la scuola cerca di costruire infelicemente tutto il suo senso: dovete studiare perché se no poi, fuori, il mondo vi massacrerà; dovete conquistarvi il vostro capitale conoscitivo da spendere dopo sul mercato del lavoro, per essere vincenti. Paura, tristezza, competizione. Mai il messaggio che c’è una gioia possibile nella scoperta. Nella conoscenza).

Alla fine, come dice Mel Gibson in un piccolo film dove è un professore sfigatissimo, senza fiducia in chi abbiamo davanti non si può insegnare niente a nessuno. Ci sono possono essere momenti difficili a scuola, però capita ancora di arrivare dopo aver letto giornali o sentito la rassegna stampa alla radio, di arrivare depressi da fare schifo, e di uscire chissà come inopinatamente felici. Perché delle cose belle – che paragonate a quelle che succedono fuori sono addirittura strepitose – delle cose significative e “calde” succedono. Accadono ancora. Continuano ad accadere.

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