I vecchi compagni e le zanzare.

settembre 1, 2014 § 1 Commento

 

di andrea bagni

 

éFine agosto. Vecchi compagni a cena in mezzo alle zanzare della vecchia Maremma. La critica al presente si fa largo rabbiosa come un tempo, ma con caratteri nuovi. I figli entrati a vele spiegate nell’epoca dei né-né: non più studio, non ancora – o non più – lavoro. Il reddito dei genitori pure incerto: lavoratori autonomi che devono inventarsi qualcosa mese dopo mese, per niente scontato poi che i pagamenti arrivino; dipendenti di aziende che non si sa se ci saranno ancora, o se saranno ancora in Italia in autunno. Io, con i miei 1800 euro dopo 33 anni di scuola, praticamente considerato un privilegiato. Uno dello Stato, cioè della casta.

Il giudizio sul rapporto fra scuola e giovani che oscilla bizzarramente fra la denuncia di un eccesso di accondiscendenza, permissivismo, psicologismi vari, verso la nuova generazione – e dell’incomprensione, il burocratico rigore valutativo, la cattiveria impiegatizia verso il proprio figlio. Non che si senta quell’essere sempre dalla parte dei propri ragazzi/e che spesso sento denunciare a scuola e fuori. Piuttosto un misto di rabbia e impotenza riguardo tutto e tutti. Insoddisfazione generale che cerca il modo di esprimersi, di trovare colpevoli. E non si salva quasi nessuno.

Certe categorie di lettura, però, restano quelle antiche, extraparlamentari. Nessuno della sinistra storica ha mai voluto davvero cambiare nulla. Berlinguer è quello del compromesso storico. Il Pds-Ds-Pd ha gestito un sistema di potere affaristico. Il sindacato ha dato lavoro ai sindacalisti, complici di tutto a spese nostre. Hanno tutti tradito. L’Italia è sempre stata democristiana, clientelare, assistenzialista. Da una parte il mondo dei garantiti, dall’altra i nostri figli disoccupati o precari.

Si potrebbe concludere, dunque, un mondo da cambiare, addirittura da rivoluzionare.

Ma i vecchi compagni non ci credono più, nemmeno un po’. Hanno votato Renzi alle primarie, poi Grillo quando ha vinto Bersani, poi Renzi quando ha vinto Renzi. Anche quello con la ditta che a Firenze non lavora più perché gli hanno spiegato che qui non si esiste se non si è amici di Renzi. Così va il mondo.

Se la nuova legge elettorale non è gran che comunque non sarà peggiore del porcellum. Se la riforma costituzionale è pericolosa, prima c’era l’immobilismo. La Costituzione in fondo era figlia già del compromesso – non c’era anche Andreotti?

Adesso almeno le auto blu sono messe all’asta, i dirigenti pubblici strapagati si beccano un tetto, per i dipendenti statali c’è una cura dimagrante e i sindacalisti finalmente tornano a lavorare. Gli insegnanti lavoreranno di più e saranno finalmente valutati – loro che pretendono di dare voti tutti i giorni a tutti.

La guerra degli ultimi (o di quelli che si sentono tali) contro i penultimi.

Qualcuno cita finanza o grande capitale, ma è come volesse giocare sul facile, non vale. Perché è tutta roba che è uscita dalla sfera politica. Fuori portata, appartiene all’ideologico. I capitali sono mobili, la grande ricchezza pure, se provi a tassarli si spostano e ti lasciano perfino più povero. Le risorse su cui si può agire sono altre: lavoro, pensioni, spesa sociale. Qui si possono tagliare privilegi per abbassare le tasse, rilanciare lo sviluppo e creare lavoro. Se sarà povero di diritti pazienza, di questi tempi che pretendi. Che cosa puoi offrire di meglio.

Perché alla fine tu, con la tua scuola e la tua politica, con le riunioni, i comunicati e i volantini, che cosa fai concretamente per dare lavoro a ragazze e ragazzi; sposti effettivamente qualcosa, sei utile in qualche modo oppure ti sei creato una nicchia di discorsi radicali, rivoluzionari, in cui stare circondato da amici, al riparo del posto sicuro di cui godi?

Insomma, discussione amara.

Poi torni a Firenze e ti fermi a un’edicola sui viali di circonvallazione per esibire il coupon del manifesto e prendere il giornale.

Il coupon deve essere una specie di distintivo. Il tenue bagliore, la traccia madreperlacea, il segno che ti farà riconoscere del piccolo testamento di Montale. Ciò che non sei, ciò che non vuoi.

Perché il tipo dell’edicola ti viene dietro per salutarti e dirti qualcosa tipo Mi raccomando, forza, speriamo bene. Buffo. Una di quelle piccole sorprese che, nella malinconia dei ritorni, ti cambiano la giornata. Ti ricordi quando, appena diciottenne, un signore mai visto in un Circolo Matteotti in cui non eri mai stato, ti pagò il caffè perché eri rimasto senza soldi. Disse, Non c’è problema, fra compagni. Fra compagni… Forse la vera comunità politica è quella che si stabilisce fra sconosciuti, per il fatto di essere insieme in un luogo e in un tempo comuni.

E però capisci anche i tuoi vecchi amici, ex di un po’ tutto. Sentono bene che il mondo è cambiato, non c’è più organizzazione collettiva possibile per uscire dai problemi. Inutile anche parlare di democrazia e partecipazione. Chi dovrebbe partecipare, dove vedi l’energia. Lasciamo perdere la scuola della Costituzione, dalla parte degli ultimi, il Sessantotto etc. Meritocrazia e libera scelta delle famiglie, nient’altro è possibile. Dietro quei sacri valori c’è stato solo corporativismo burocratico e la solita selezione di sempre.

La sensazione è che non ci sia discorso sistematico che da solo funzioni contro questo sentimento della crisi. Non lo incrocia, dunque non lo combatte.

Bisognerebbe ripartire, forse, dal fare uscire le scuole dal cono d’ombra nel quale vivono. Che cosa si faccia in classe, in fondo, resta misterioso ai più. Emerge solo che gli studenti sono sempre più ignoranti, gli insegnanti sempre più depressi, la vita scolastica sempre più noiosa. A me sembra che ci sia molto altro. Ma in fondo funziona simbolicamente sulla scena pubblica il resoconto degli studenti che tornano a casa. Com’è andata oggi a scuola?, bene. Che avete fatto?, niente. Che compiti hai per domani?, nessuno, c’è il supplente. Il mitico supplente, radice di tutti i mali. E in realtà chi li ha più visti i supplenti nella scuola, per chiamarlo devi essere in fin di vita. Non parliamo delle maternità: con l’età media con cui si entra in ruolo si possono avere solo nipotini.

Bisognerebbe ripartire da una sorta di comunità di mutuo soccorso. Non solo materiale ma anche simbolico. Che, come nel finale di Tempi moderni, mostri un orizzonte e però anche i passi, mano nella mano. Capace di essere utile, di praticare conflitti e ottenere risultati sensibili. Su scala europea – laddove si è spostato il comando. E insieme di dare un’identità umana, cioè politica, in questa miseria di solitudini plebiscitarie.

Gli incontri di Emergency o Libera non hanno, mi sembra, la tristezza di noi adulti. Si percepisce un fare politica e un fare società intenso, personale. Si incontrano le persone e le loro ferite. Le loro storie. Credo che ragazze e ragazzi ne sentano chiara l’utilità, il senso vivo nel presente – così lontano com’è diventato il futuro, così vicino ma quasi muto il passato.

Va da sé che per il giornale, sebbene fuori mano, tornerò dall’edicolante compagno di sogni. Bisogna anche proteggersi un po’ da questa devastazione emotiva del neoliberismo.

Nella bufera ritrovarsi “fratelli” fa bene al cuore. Anche se le trincee ormai ci passano dentro l’anima. Anzi proprio per quello.

 

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§ Una risposta a I vecchi compagni e le zanzare.

  • andrea terreni ha detto:

    Quando le ferite e le cicatrici ti passano dentro è difficile continuare a lottare, più facile cedere alle guerre degli ultimi contro i penultimi. Eppure resto convinto che solo se ritroviamo capacità di analisi e di denuncia dei grandi fenomeni mondiali (finanziarizzazione, aumento delle ricchezze di pochissimi che per farlo non si peritano di sperperare le ultime risorse del pianeta, scatenano guerre, torturano popoli…….) e di inserire in questa lettura le nostre storie personali, di generazioni, di categoria sociale si può superare il ringhio rabbioso contro il vicino e rivederci un fratello.

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